BACHI DA PIETRA + eroma

I Bachi Da Pietra sono una realtà consolidata, considerata tra le più interessanti e attive del panorama artistico musicale e letterario; il loro approccio musicale e il loro stile compositivo sono divenuti, dal 2005 ad oggi, marchi di fabbrica inconfondibili. Nel tentare di definirne la loro proposta si inciampa continuamente in una serie di paradossi che hanno prodotto nel tempo definizioni bizzarre: blues-medievale, pseudo-elettronica, triphop-acustico. Eppure il loro suono si fonda sui due elementi più comuni della storia del rock ridotti all’osso: chitarra e batteria (o quel che ne resta).

NOTE BIOGRAFICHE

Bruno Dorella (ex Wolfango, attualmente Ronin e OvO) e Giovanni Succi (ex Madrigali Magri) irrompono sommessamente dalla loro miniera sulla scena musicale nel 2005 con l’album “Tornare Nella Terra”, guadagnandosi l’amore incondizionato di molti e una esposizione mediatica considerevole con la sola forza del passaparola. Si evolvono nel 2007 con “Non Io“, diffuso anche oltre confine: una canzone (Casa Di Legno) è inserita nella colonna sonora della serie tv americana Sons Of Anarchy, su Fox. Colpiscono poi nuovamente con “Tarlo terzo” nel 2008, che conquista ulteriore attenzione anche da parte dei media ‘ufficiali’ con alcune interviste e passaggi su Radio Rai. Non solo un album, anche un vino: Tarlo Terzo è una loro selezione di Barbera d’Asti 100% appositamente imbottigliata e disponibile ai concerti. Ora è il momento di un rapido uno-due. Nel maggio del 2010 esce il live “Insect Tracks” (tape recording anni ‘50, testimoniato da un LP in vinile + dvd) e a pochi mesi di distanza ecco il nuovo album in studio, che testimonia un fervore compositivo nel pieno della sua maturità.

Recensioni

“D” La Repubblica
Mi piacerebbe potervi dire comperate questo disco, senza aggiungere altre parole, ma sarei tacciato di presunzione. Ebbene, sappiate che le canzoni racchiuse in Tornare nella terra sono pura poesia. Poggiano su un letto sonoro che attinge dal blues, e che in più è imbastardito dal suono sporco, crudo e ignorante del rock, dove tutto è suonato più con amore che maestria.
Eppure, tutto ciò che musicalmente sembra non funzionare in questo disco, colpisce direttamente il cuore e lo rende unico. Vivo!

Blow Up
“Un album autentico e viscerale, che viene alla luce dopo un lungo percorso di ottenebramento […]. Al primo ascolto queste canzoni l´impressione è quella di un suono che sa trasmettere tanto l´asprezza della terra quanto l´avvolgente calore di un ritorno, una rinascita”.
D.Cascella

Servo: “Servo in quello sterco che cosa si muove/niente di degno di menzione/la vostra minzione/nessuna cosa che sia degna di onore”. È questo l´inizio potente di “Tarlo Terzo”, nuovo album dei Bachi da Pietra (Giovanni Succi: ex Madrigali Magri, chitarra, voce, basso acustico; Bruno Dorella: Ronin, Ovo, batteria) che cammina zoppicante e minaccioso come Captain Beefheart, pieno di lerciume, di notti nella desolante piana tra il Piemonte e la Liguria, di ustioni da fosforo, di armi democratiche di distruzione di massa, di buchi neri esistenziali, di blues moderno, europeo, nudo e livido sotto un neon mal funzionante, come un tempo fu quello dei primissimi Crime and the City Solution, ma senza compiacimenti. Una crisalide di disperazione, un lavoro straordinario. (9)
Andrea Prevignano

Blow Up
Bachi da Pietra atto terzo, tarlo terzo della mente e della parola e della
chitarra di Giovanni Succi, delle geometrie percussive variabili e secche di
Bruno Dorella. Terzo atto di una rappresentazione mentale inacidata eppure pietosa, impietosita, come d´un Dio austero e sprezzante che osserva annichilito le cose del mondo mantenendo quella fetta di umanità che basta per comprendere. Poco cambia in questo universo chiuso e compresso, mai autoreferenziale eppure chiuso a riccio alla comprensione d´un minuto.
Ma nonostante, ci sono alcune novità; nei testi un´invettiva come Servo non l´avevamo mai sentita, nella musica un funk svelto e ossesso come Mestiere che paghi per fare, un sottilissimo refrain chitarristico come quello di Tarlo della sete, un riflesso younghiano come in Lina. Dettagli che emergono, piccoli spostamenti, accorgimenti. La voce che si sdoppia di poco o che prova di nuovo a cantare (Dal nulla al nulla), qualche refuso d´acustica frattaglia, barlumi di arrangiamento, figure ritmiche più diversificate, echi di Tom Waits, di Fausto Rossi, di “Dead Man”.
“da quando fu florido a quando non resse più la testa sul collo / tutto quel che gli serviva davvero del mondo / fu un angolo sudicio e tutta una notte dilatarsi nel caos / e la scala del solaio e ciao”.
Non è un disco da ascoltare in auto, non alla festa e per far festa, non nella rete e nei buchi della rete; per quanto ne so non è neanche un disco da ascoltare live e forse non è proprio un disco da ascoltare.
Non abbiamo in Italia e nel mondo un altro gruppo che somigli a questo e non abbiamo in Italia e nel mondo uno che scriva testi come questi.
Desidero ardentemente che i Bachi facciano un disco brutto, una volta almeno: speriamo nel prossimo. (8)
Stefano I. Bianchi

SentireAscoltare
Il ritorno dei Bachi Da Pietra dopo l’ottimo live Insect Tracks ha di nuovo un titolo materico, in cui l’allusione alla pietra, al tempo, ad una forma primigenia di elettronica, prelude allo spostamento dei paletti del sentire lirico-musicale della coppia Dorella-Succi. A far da humus, al solito, un minimalismo sofferto e angoscioso, vibrante e reiterato, fatto di corde percosse e percussioni risicate all’osso che stazionano sempre sul crinale di una personale forma di blues desertificato e un sentire rock irregolare e unico. Gli intarsi di chitarra di Dragamine o l’incedere claudicante e trance-inducing di Niente Come La Pelle ne sono perfetta esecuzione. Accanto o sottotraccia, però, c’è ben vivo il gusto per la sperimentazione, per il superamento dei confini di una musica troppo riconoscibilmente “classica”. Ecco allora la rarefazione elettroniconcreta di Zuppa Di Pietre, il rumorismo di matrice technoide di Pietra Per Pane, i carsici disturbi elettrostatici di Non È Vero Quel Che Dicono o il frammento hayesiano reso famoso da Tricky e Portishead che traina l’intera Orologeria: tutto sempre rigorosamente suonato col solo ausilio degli strumenti d’ordinanza. Dimostrazione del saper magistralmente giocare con dinamiche “altre” e prestiti (rielaborati, rivisitati, ripensati) da generi “distanti”.

Un procedere quasi di svelamento di fonti, di apertura al mondo che tocca anche le liriche succiane, altro punto fermo dei Bachi. Mai come ora intelligibili, dotate di un taglio tra l’ironico e il sarcastico, beffarde nella esplicita Bignami (noi vi amiamo vi adoriamo vi benediciamo / noi cantiamo (zitti cantiamo) / il vasto mondo aperto / nel nostro trovar chiuso / al vostro orecchio duro ottuso illuso / che non sente giustamente (e me ne scuso) / il nostro tessere) o nell’amarezza senza respiro di Fine Pena, sembrano smorzare i toni dello sguardo lucido e tragico sull’esistente dei Bachi. Una indagine nel sottosuolo letterario che riabilita il senso del termine songwriting, scegliendo vie metriche e melodiche personali e mai banali. Un ottimo ritorno, dimostrazione di personalità e capacità oltre che di volontà di superare se stessi giocando sul terreno di casa.
(7.5/10) Stefano Piffer

eroma

Una recensione al DVD (Le soleil quitte ces bords):
Un DVD d’impressionante bellezza che sposa la nostra idea, risponde a quanto già noi ci siamo chiesti qui e là e sempre abbiamo pensato di Rimbaud. Dal deserto, dall’allontanamento, dal silenzio del poeta (ri)partono gli eroma insieme a Fabio Ferrando e Manuel Baldini che hanno curato la parte “immagine”. Ed è suono-immagine centripeta. Psichedelia lenta, sfibrata, iterativa nei suoi tratti più rock e ciò che vedete incanta e inquieta. Riprese di riprese. Sembianze in bianco e nero fino alla solarizzazione cromatografia, immagini di fluidi tra il coagularsi di sangue malato e il fluidificarsi, fondersi degli acrilici di Richter. Primissimi piani di volti. Un’inversione dei colori e i lapilli d’un’eruzione notturna diventano neri insetti guizzanti in un lattice bianco-giallognolo. Al principio un ectoplasma catodico, una nave, appare sullo schermo. Si parte. Il poeta aveva già fatto silenzio. Se quello è il principio, gli eroma proseguono oltre la fine. Sono i primi tre quarti d’ora di quel viaggio. Eternità fittizia. Blow Up, Dionisio Capuano.

http://www.myspace.com/bachidapietra
http://www.bachidapietra.com/
http://www.bachidapietra.com/interviste/blow_up_maggio_2005.htm