EUGENE CHADBOURNE (Usa)

Eugene Chadbourne e´ il piu´ inventivo improvvisatore libero di country & western, un Hendrix/Garcia demenziale e surreale .
Eugene Chadbourne non è un musicista qualsiasi: è un praticante convinto e testardo dell’autogestione totale e delle formule musicali più azzardate, uno sperimentatore ed un ricercatore instancabile.

Le sue canzoni sono state definite come “l’arsenale della musica contro”.

La sua attività si estende, con un’approssimazione per difetto, in migliaia di concerti, centinaia di collaborazioni e una lista disumana di registrazioni su cassette, album e cd: tutti tranne un paio rigorosamente autoprodotti e venduti di persona ai concerti oppure pubblicati in giro per il mondo da etichette indipendenti ed estremiste come Fundamental, Parachute, Watt, Leo, Rastascan, Rer, Intakt, Alternative Tentacles, Incus, Fireant, Victo – tutte etichette che offrono vibrazioni ben conosciute agli appassionati di quella musica pericolosa ed esplosiva che non riesce a restare costretta nei binari del pentagramma e delle definizioni e convenzioni di genere.

Verso la fine degli anni Settanta è protagonista con John Zorn e Tom Cora di un’inedita miscela esplosiva di country and western e improvvisazione radicale: “Succedevano orrendi equivoci nella New York dei primi anni Ottanta. La gente veniva a frotte e assisteva con attenzione a qualsiasi concerto di musica improvvisata, ma se suonavi una canzone di Hank Williams si comportavano invece come se tu stessi facendo qualcosa di schifoso…”.
Un giorno fonda un suo gruppo, e lo chiama Shockabilly: un mostro indefinibile, una macchina da combattimento che trasforma canzoni in deliranti incubi sonori, una sorta di risposta – sguaiata e delirante – della East Coast agli sperimentatori californiani Residents.
Instancabile viaggiatore, ha suonato praticamente ovunque in Europa (specialmente nei Paesi dell’est prima della caduta del muro), Nordamerica ed Australia. La chitarra tremendamente rumorosa, la sua pungente vena critica politica e l’estrema facilità di scrivere canzoni lo hanno reso inaspettatamente una figura di culto nell’ambito del rock:
“Penso che quello che faccio oggi con la mia musica sia un po’ quello che avrebbe potuto fare Frank Zappa se avesse mantenuto la concentrazione politica che aveva negli anni ‘60 e non avesse iniziato a fare tutte quelle canzonette sulle ragazzine cattoliche eccetera…”.
Come per il compagno di strada John Zorn, le sue trasgressioni di genere espressivo sono in realtà la combinazione di quanto di meglio si trovi tra rock e jazz senza alcun compromesso fusion: “Il pop non è una musica ricca di sfaccettature: la gente pretende che tu ripeta gli assoli così come sono sul disco e che tu sia uno sballato cronico. Suonare jazz per me significa impararne tutti i diversi stili espressivi ed essere in grado di suonarne bene alcuni. E’ musica che ha una storia e una tradizione, e che ha degli eroi tra i suoi esponenti: se vuoi suonarla devi esserne consapevole. Non puoi metterti lì a suonare e dimenticare tutto quello che ci sta dietro. Mi sembra invece che adesso si salti dagli anni Cinquanta ai Novanta come se non fosse accaduto niente in mezzo. I musicisti di oggi ignorano le motivazioni storiche e politiche ed il significato di questa
musica…”.

I testi delle sue canzoni (definite dalla critica “newspaper songs”) sono un commento corrosivo ai fatti della politica e del costume contemporaneo, intrisi di buffoneria e volgarità ma ricchi di informazioni precise. Eugene li sussurra, li urla e/o canta -spesso imitando i toni e i tic dei grandi nomi del rock – sopra a un tessuto multistratificato di rumore: “Una volta un tizio mi ha detto: sai, saresti un chitarrista in gamba come Al Di Meola se solo smettessi di bestemmiare. Beh, io gli ho risposto che Al Di Meola sale sul palco, suona e basta, e non fa neanche un sorriso. Il mio, vedi, è un lavoro diverso…”.

Le musiche di Eugene sono mescolanze difficilmente descrivibili perché non rientrano nei canoni comuni: egli padroneggia egregiamente stili diversi come il fingerpicking, il flatpicking e il bottleneck, imita oltre la perfezione i licks dei chitarristi rock e ne stravolge orrendamente i riff, sa creare cocktail inauditi con ingredienti country e punk, metal e jazz (alternandoli ad elevata velocità, e spesso usandoli contemporaneamente): “Non voglio suonare solo canzoni politiche perché sono convinto che l’impatto sia minore. Sono convinto che la musica sperimentale sia per sua natura politica, quindi mescolo le due cose…”.

Il suo riavvicinamento al rock avviene con la nascita del punk: “Non ascoltavo più musica rock da anni e un giorno mi ritrovo a leggere un giornale con un articolo sui Dead Kennedys e i Black Flag. Il tizio aveva completamente travisato la situazione, scriveva che erano gruppi nazisti che suonavano musica nazista. La cosa mi incuriosì: è mai possibile che ci possa essere qualcuno che suoni musica nazista? A me sembrava una cosa del tutto irragionevole, quindi mi sono messo ad ascoltarla e mi sono reso conto che era invece musica anti-nazista. Le recensioni parlavano di melodie inesistenti e rumore esagerato: bene, mi sono detto, finalmente c’è qualcuno che fa qualcosa di decente…”.

Gran parte del repertorio di Eugene Chadbourne è costituito da rifacimenti di canzoni pop/rock degli anni Sessanta e Settanta, che spesso impacchetta in lunghi medley (ad esempio i Beatles, Hank Williams, Frank Zappa; in un album con i Camper Van Beethoven include una serie di reinterpretazioni di Tim Buckley). Le sue rivisitazioni a volte sono piuttosto rispettose della forma originale (ad esempio l’emozionante “Universal Soldier” di Buffy Saint-Marie), ma nella stragrande maggioranza dei casi Chadbourne sottopone le canzoni a trattamenti crudeli sino a renderle irriconoscibili (valgano per tutte l’impensabile arrangiamento country & western di “I talk to the wind” dei King Crimson e la trasposizione per banjo di “Purple Haze”).

Eugene si è mosso in lungo e in largo nel panorama musicale di questi ultimi trent’anni: ha collaborato (faccio solo qualche nome) con il rocker texano Evan Johns, con l’orchestra di Carla Bley, col gruppo bluegrass Red Clay Ramblers, con il jazzista sperimentatore nostrano Andrea Centazzo e con i sempre nostrani incendiari Zu, con gli indefinibili Half Japanese, con Ed Sanders ex-Fugs e Jimmy Carl Black -vecchio batterista di Frank Zappa -, col violinista pazzo australiano Jon Rose e col chitarrista altrettanto pazzo Henry Kaiser, con il gruppo pop They Might Be Giants e con i Violent Femmes, e registrato un numero incalcolabile di dischi, cassette e cd.

Le prime registrazioni (come i due volumi “Solo Acoustic Guitar”) risalgono al 1975: tra quegli anni ed oggi c’è in mezzo una produzione di centinaia di titoli. Molte cose sono state fatte solo su cassetta, altre solo in vinile e mai più ristampate, o non ancora ristampate.

Come giornalista ha scritto per anni su numerose testate musicali indipendenti: è lui che si celava dietro la firma del fantomatico Dr. Chad, a.k.a. Eddie Bhatterbox, e sono frutto della sua mente anarcoide tutte quelle cronache di avventure musicali impossibili, le recensioni corrosive e gli interventi furiosi su Maximum Rock’n´roll, Sound Choice, Spex, Forced Exposure, Collusion e quant’altro c’era e c’è di meglio nella stampa indipendente musicale d’oltreoceano…

Suoi anche tre bei libri, grosso modo tutti riconducibili al filone autobiografico. Nel primo “Draft dodger” Eugene rivive l’esperienza di fuoriuscito pacifista in Canada, e nel successivo “Bye bye, Ddr” riassume in un centinaio di pagine fitte la sua esperienza diretta di musicista nei Paesi dell’est prima, durante e dopo la caduta del muro di Berlino: una cronaca avvincente e curiosa ben farcita di annotazioni brillanti, dove sono sparsi volentieri spunti per sorridere, ghignare e riflettere. Il suo sarcasmo pungente e dissacrante è amplificato nell’altro suo libro “I hate the man who runs this bar”, che si propone già in copertina come una “guida di sopravvivenza per veri musicisti”. Concepito e realizzato come un vero e proprio manuale suddiviso in capitoli (del tipo lista degli organizzatori dalla a alla z, rapporti con le etichette discografiche, ecc.), il libro è stracolmo di citazioni tragicomiche, dialoghi e vignette paradossali, ammiccamenti e buoni consigli.

( www.anarca-bolo.ch/stella_nera/eugene%20chadbourne.htm )
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Eugene Chadbourne, residente di Greensboro (North Carolina), e´ il piu´ inventivo improvvisatore libero di country & western, un Hendrix/Garcia demenziale e surreale che ha composto musica classica (l´ottetto People Want Everything, le varie sinfonie), registrato dischi solisti e suonato con jazzisti di calibro prima di formare una serie di ensemble pseudo-rock.

Il piu´ influente dell´epoca e´ probabilmente il trio dei Chadbournes, formato nel 1978 con Zorn e Cora.
Di quell´epoca sono anche English Channel, un´opera orchestrale con Zorn, Frith, Kramer, Beresford e altri, e The Possibilities Of The Color Plastic con il Toshinori Kondo Duo. Da solo e´ un terremoto armonico, un caleidoscopio di musica concreta per chitarra acustica, un parco di divertimenti per avanguardisti.
There´ll Be No Tears Tonight e´ il suo primo capolavoro nel campo del country and western improvvisato, genere di cui e´ praticamente l´unico esponente. Ad accompagnarlo sono pseudo-jazzisti d´avanguardia come John Zorn, David Licht e Tom Cora, che si aggirano storditi in una selva di cover vivisezionate, culminando nel formidabile Johnny Paycheck Medley.

A New York con Mark Kramer e Licht forma poi il trio degli Shockabilly, che esegue il rockabilly da garage piu´ esotico ed arcano, lussureggiante e psicotico. Drumming martellante, twang chitarristico fortemente dissonante, e un arsenale di tastiere che spazia dall´organo “cheap” a nastri ed effetti elettronici, massacrano senza pieta´ le loro cover e brani originali come Party House III In 3D (da Earth), culminando negli aforismi dell´album Heaven, con titoli divinamente ispirati come How Can You Kill Me I´m Already Dead, Vampire Tiger Girl e She Was a Living Breathing Piece Of Dirt. E´ in questo periodo, nell´album Vietnam per l´esattezza, che ha inizio il suo impegno politico, tutto all´insegna del piu´ acido sarcasmo anti-Establishment. L´avventura degli Shockabilly si conclude comunque in modo tempestoso, con un litigio poco edificante fra Chadbourne e Kramer.

A nome proprio Chadbourne registra allora una serie di dischi in cui dispiega il suo humour iconoclasta, ormai totalmente avulso dal solismo d´avanguardia. Album come The President He´s Insane e Country Protest sono totalmente al servizio della sua satira politica, e cosi´ invettive come The Bully Song (da Country Music Of Southeastern Australia) o Ten Most Wanted List (su Corpse Of Foreign War). Frank Zappa e i Fugs (piu´ che Phil Ochs) sono le sue fonti di ispirazione in questo campo.

Ma il suo forte rimangono i surreali collage di cover, tipico il Medley In C di undici minuti in cui, accompagnato dai Red Clay Ramblers, rivisita mezza storia del rock (su Country Protest). L´album LSD C&W contiene diversi di questi “medley” e altre jam eseguite negli anni con formazioni che annoverano Zorn, Kramer, Licht, Cora, Kondo e cosi´ via.

Al solo creativo Chadbourne ritorna con Kill Eugene, per lo piu´ acustico (ma alcuni suoi “hit” si trovavano in versione solista su LSD C&W).

Con la massima coerenza il progetto successivo e´ un trio di southern rock, Vermin Of The Blues, spericolatamente in bilico fra western swing e rock psichedelico. Fra deliri psicopatici di rock and roll come We Tried To Make A Record But We Couldn´t Get It Together, Rakeman e Bo Diddley Is A Communist, si fanno largo altri numeri del suo varieta´ satirico: Chadbourne se la prende con la corruzione dei politici (Fried Chicken For Richard Speck, e con la giustizia (Breakin´ The Law Every Day).

Con i Camper Van Beethoven nel 1987 conia un sound all´incrocio fra bluegrass e creativa, regalando anche un medley su Frank Zappa. Una sonorita´ piu´ heavymetal propelle il Double Trio Love Album, suonato con i rimasugli dei Camper Van Chadbourne (Jonathan Segel al violino e Bruce Ackley del Rova Quartet al sax soprano), che vanta il country and western parodistico di Life X 2, il boogie dell´orrore di Voodoo Vengeance e un´intera facciata dedicata a brani di Tim Buckley. Se non altro, nel gran polverone della sua discografia, Chadbourne e´ il primo cosciente critico musicale a conferire un primato storico ai grandi freak degli anni Sessanta.

I´ve Been Everywhere e´ l´apice del suo country delirante. Nel brano The Ring, per esempio, Chadbourne si lancia nell´honky-tonk piu´ sgangherato, demenziale, epilettico, drogato e goliardico della storia del genere. La ballata It Takes Longer Saying Yes Than Saying No su un bel tema bucolico e l´arringa ubriaca di The Liar Song ricordano il sound piu´ sarcastico di Country Joe, mentre la solita sfilata di bozzetti esilaranti (il ragtime Oil Platform) e di collage cacofonici (vedi il Buck Owens Medley) completa un album che e´ un monumento al nonsense e al paradosso.

Soltanto nel 1990 verra´ pubblicata una sintesi dei sedici volumi di Country Music From The World Of Islam (registrati negli anni su otto cassette autoprodotte con una coorte di musicisti che va da Sharp alle Sun City Girls). Degli altri suoi apocrifi vanno citati almeno Eugene Stinks (con i Violent Femmes), le Collected Symphonies, il The Great Duc Live con Zorn, My New Life (catalogo delle sue esibizioni dal vivo) e Baptist Church (una serie di jam sui temi religiosi comunemente impiegati nelle messe battiste).

Sempre all´insegna del buon umore e dello scherzo goliardico, navigando gloriosamente fra riff e melodie rubati al country e al rock and roll, al blues e al jazz, e pitturando le copertine dei dischi nelle maniere piu´ psichedeliche, il vulcanico e incontenibile Chadbourne (che dovrebbe avere all´attivo ben quarantotto album e cinquantadue cassette registrati nell´arco di soli quindici anni!) ha ridisegnato da capo l´universo musicale dei solisti d´avanguardia.

Chadbourne e´ il piu´ eccentrico ed eterodosso dei solisti creativi. Contaminato dai miraggi e dagli incubi della civilta´ psichedelica, erede della musica totale di Zappa e del musichall politico dei Fugs, ma immerso fino al collo nella “trash culture” (cultura della spazzatura) dei punk, ha coniato il linguaggio musicale piu´ eretico e blasfemo della sua era. In maniera del tutto coerente con la sua fondamentale incoerenza, ha scelto l´innocuo country come struttura portante di tanto fracasso.
http://www.eugenechadbourne.com
http://anarca-bolo.ch/a-rivista/292/35.htm
http://www.anarca-bolo.ch/Stellanera website/eugene chadbourne.htm