WE WERE ONOFF (indie, rock) a seguire SOURSIDE – electronic music

Recensione su Blow UP – Febbraio 2008

We Were Onoff sono il nuovo nome con cui l´etichetta Green Fog propaga il suo attaccamento nei confronti del noise di matrice chicago-louisvilliana.
La presenza in consolle di Giulio Favero mette in suggello su quali siano i propositi di questa proposta.
Da un lato quindi le direttive son ben note, soprattutto quando nel tuo bagaglio hai a disposizione un dettagliato sistema di fratture ritmiche e bassi propulsivi, chitarre angolari e dai tagli chirurgici, introspezioni oblique e a sangue freddo.
Dall´ altro tuttavia non c´e´ a dire il vero un nome in particolare a cui ricollegare la musica contenuta in “What does the fish think about water?” questo grazie anche al modo fluido di ridurre le complessità strutturali e di tirare fuori al momento opportuno una sensibilità più malleabile da parte della band veneta.
Le variabili potrebbero essere esemplificate dalle dissonanti armonie sonicyouthiane che si dispiegano in marsellus wallace was right o da 1 metro di distanza che presenta alcuni agganci con i primi karate.
A ogni modo saranno *tmp (con il suo flauto di natura progressive) e the surface isn´t the big picture – gli ultimi due brani dell´album (tra parentesi ottimo artwork) – a cercare di dare una lettura maggiormente differenziata: in definitiva però i We Were Onoff preferiamo tenerceli con quanto espresso poco prima.

recensione Il Mucchio Selvaggio n° 643 (02/2008)

Non rispondono al surreale interrogativo del titolo (What does a fish think about water?), le dieci canzoni – più due brevi frammenti – del debutto sulla lunga distanza dei We Were Onoff, ma offrono in compenso esempi validi e appassionati di musica dinamica e in espansione. Post – rock? Si, ma non di quello esangue e tedioso: i trentotto minuti del disco, seguito in studio dal sempre impeccabile Giulio Favero, vivono infatti di sonorità corpose e spesso convulse, rapidi cambi di tempo, strutture complesse e fantasiose elucubrazioni strumentali basate sulle chitarre, con largo utilizzo di una voce carica di enfasi (i testi sono “ovviamente” in inglese) e una encomiabile voglia di mischiare le carte della creatività in schemi liberi da vincoli troppo rigidi. Ne deriva un album poliedrico e stimolante, caratterizzato da una notevole presenza dell´elemento ritmico e da suggestioni intrise di inquietudine dove le ombre non opprimono ma nemmeno favoriscono la penetrazione dei raggi del sole.

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